I quarti di finale.

Il vecchio signor Cinus, come sempre al suo posto, mentre la tribunetta si riempiva, esponeva le sue tesi. Quella sera era particolarmente loquace:

  • Il portiere dei ragazzi di Via Binaghi non è vero che è un cambone, ne toglie di palle dalla porta, poi il pal’ e porta alto come una giraffa già corre poco, non sta fermo un attimo, e quello che passa la partita a scusarsi con tutti è un buon terzino. La scorsa partita c’ è stuppato a terra ma ha continuato a giocare.

Ai quarti di finale affrontarono la selezione di Sant’ Elia. Era l’ unica squadra vista fino ad allora, che aveva un vero capitano, con la fascia gialla al braccio. Era alto un metro e settanta, con i capelli a spazzola e una corporatura tarchiata e possente. Due occhi celesti e delle labbra da afro americano. Brutto come la fame. Prima della partita andò a salutare i Signormarchi. Quando Cinciripini apparve sul campo, lo avvicinò con un sorriso, gli strinse la mano e gli disse:

  • Signor arbitro, conti pure sulla mia collaborazione.

La partita si rivelò da subito molto complicata. La posta in palio era altissima e nessuno voleva sbilanciarsi e rischiare di subire gol. La mezzora del primo tempo passò lentamente. Nessun fallo, nessun tiro in porta. Solo otto uomini che correvano a vuoto fingendo di smarcarsi. All’ intervallo tutti e dieci andarono al bar, come fosse una partita del giovedì sera ai campi dell’ oratorio. Giulio prese delle birre dal solito frigo che stava sopra la vecchia cassa altoparlante.

Nella ripresa la musica non cambiò, il pubblico smise persino di fischiare per il poco ardore, e la partita finì sullo zero a zero, ai tempi supplementari.

Le due squadre approfittarono dei due minuti di riposo per fare stretching e bere un sorso. Maurizio tirò su una coscia e afferrò il piede, poi vide qualcosa, si sbilanciò e cadde a terra. Immerse la faccia nella fanghiglia, spaccandosi l’ arcata sopracciliare. Un occhio si chiuse, disturbato dal flusso di sangue che fuoriusciva dal taglio che si era provocato. Non sembrò farci caso, perché si rialzò prontamente, tornò a guardare nella stessa direzione e poi scappò via. Una donna parlava con Cinciripini, che la abbracciò forte e alla fine la congedò con un piccolo bacio sulle labbra. Era la sua donna, per questo nessuno tra il pubblico si era permesso di fiatare quando l’ avevano vista. Era magrissima, con un tailleur nero e una collana color argento al collo. Dei capelli ricci e un discreto trucco sul viso. Aveva una sessantina d’ anni e l’ aria da donna di cultura, di quelle che si vedono alle serate organizzate dalle associazioni culturali.

I ragazzi rincorsero Maurizio, che di corsa era andato a chiudersi nella latrina del chiosco. Singhiozzava e si lamentava così forte che tutti e quattro potevano sentirlo bene. Cinciripini fischiò per richiamare le squadre in campo. Solo il Sant’ Elia si schierò. Giulio cercò di aprire, ma Maurizio si era chiuso dentro.

  • Maurizio, esci, dobbiamo tornare in campo!- disse Giulio.
  • E’ lei! Messalina, è lei! Messalina!
  • Messalina? Lei chi? Chi è Messalina?- chiese Riccardo, che alto com’ era sovrastava gli altri e poggiava la testa alla porta, creando col suo corpo una sorta di tettoia sopra tre teste. A quel punto Maurizio aprì.
  • Messalina è un aggettivo.

I ragazzi si guardarono increduli, e in coro dissero:

  • Ci stai pigliando in giro o cosa?

Maurizio si asciugò le lacrime, ma questo non fece che spalmare il sangue che perdeva dal sopracciglio su tutto il suo viso. Tamponò il flusso con la maglietta e iniziò a raccontare. Disse in tutto sette o otto frasi, una più veloce dell’ altra, perché Cinciripini, coi suoi richiami a fischietto, metteva una certa premura. Finì di raccontare, e i ragazzi restarono a bocca aperta. Poi, uno dopo l’ altro, attaccarono a ridere.

  • Risum abundat… – principiò, ma fu interrotto da Giulio.
  • Mio Dio. Potrei morire. Cioè. Tu sei al liceo da quanto, tra bocciature varie e anni fatti a metà perché ti ritiravi?
  • Dodici anni in quinta ginnasio.- rispose, rassegnato.
  • Dodici anni in seconda superiore, in mezzo agli adolescenti coi brufoli, a farti mantenere dai tuoi genitori, a fare la figura dell’ imbecille con tutti i tuoi conoscenti, e a snocciolare frasi in latino, tutto questo perché? Perché ti sei innamorato della professoressa di Lettere?
  • Cioè sì. Insomma, più o meno. Ex abrupto.

Riccardo allargò le braccia per attirare l’ attenzione dei quattro compagni, ora rappresentavano il suo pubblico. Sospirò trattenendo una risata. Lo guardò in faccia, poi guardò gli altri, infine disse:

  • E adesso scopri che la donna che ti ha spinto a diventare un pagliaccio, è la moglie di Cinciripini?- alzò gli occhi al cielo – diavolaccio, Signor Marco, ti ringrazierò a vita per avermi convinto a fare questo torneo. La vita è bella.
  • Ragazzi, scusate, è colpa mia se Maurizio è messo così.
  • Tu cosa c’ entri? – chiese Riccardo.
  • Eravamo in classe insieme, al Ginnasio. Dovevo trovargli una fidanzata quando ero ancora in tempo.- concluse Renzo, ma nessuno fece caso a lui.

Maurizio si mostrò quasi sollevato dopo la sua confessione. Il sangue smise di uscire e con lui le lacrime. Si asciugò sul collo e sul viso, creando una maschera rossa, piena di ditate e strisciate.

  • Scusate, ora andiamo a giocare. Vi faccio il gol partita. Prosit.
  • Sì, nostro eroe, salvaci tu.- Giulio lo schernì, si girarono e tornarono in campo. Dalla tribuna un tizio si alzò in piedi e gridò:
  • Sta entrando William Wallace!

Maurizio mantenne la promessa: al primo minuto di supplementari si sganciò, entrò in profondità, si fece vedere in area e ricevette un lancio di Giulio. Sfiorò la palla con la testa e segnò. Il pubblico si alzò in piedi e tutti gridarono “Wallace, Wallace” e “Braveheart”. La partita finì così e i Signormarchi andarono in semifinale.

—CONTINUA—

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