L’ uomo procedeva lentamente nell’edificio che da qualche tempo visitava troppo spesso. Salì al piano utilizzando le scale, con un filo di tensione. Quando qualcosa lo turbava sentiva uno strano stimolo sopra le ginocchia, poteva soddisfarlo soltanto tendendo forte i muscoli femorali, per poi stirarli e infine sciogliere. Non poteva farlo, l’ avrebbero preso per pazzo. Primo piano, secondo piano, terzo e quarto. Era arrivato. Di nuovo quel corridoio silente, le porte chiuse una a fianco all’ altra, la grande finestra in fondo. Tornò a poggiarvisi, come la prima volta. Restò a guardare di sotto: nulla era cambiato. Si attardò un poco, non disdegnava stare solo e in silenzio, anche se la sua grande passione era domandare. Non era un grande oratore, ma amava ascoltare. Beninteso, le pantomime e le paturnie personali della gente lo annoiavano. I lavori fatti in casa, l’ ultimo cappotto acquistato al centro commerciale, gli occhiali da sole, le fidanzate gelose, i mariti rompiscatole, erano una rottura. Ciò che amava chiedere erano episodi di vita familiare. Chi cucinava in casa, a che ora si mangiava, come ci si disponeva a tavola, cosa diceva il papà quando si era seduti a mangiare, cosa si faceva in casa nei pomeriggi liberi. E ancora, dove si andava quando si staccava da lavoro, i rapporti coi vicini. Gli anziani chiacchieroni poi, quelli che hanno sempre un racconto da abbinare come lezione per ogni eventualità quotidiana, erano la sua passione. Quelli a cui potevi chiedere se Maradona era un bravo calciatore e non ti trattavano da ignorante, ti raccontavano di un dribbling al sessantunesimo in un Napoli-Ascoli. Quelli che sceglievano da bere al bar e spiegavano il perché di quella preferenza, quelli che sapevano raccontare come si viveva in città trent’ anni prima.

Prese il telefono e chiamò. Sentì un apparecchio squillare e si spaventò: il suo amico era già dietro di lui. Il solito camicione verde senza maniche.

  • Mi sembri al belvedere. Ti piace qui?
  • Non saprei, diciamo che a stare quassù mi passa la fretta, quando ne ho.
  • Andiamo, dobbiamo sederci.

Entrarono in una delle porte, forse la quarta o la quinta. Uno studiolo bianco era in perfetto ordine. Una cattedra con la struttura in metallo e il piano in compensato, una sedia con le rotelle e tutte le pareti coperte da librerie di metallo, comprate al Fai da Te. Su una di esse, tra i faldoni, c’ era uno spazio. Il raccoglitore che mancava era poggiato sulla scrivania. L’ uomo col camicione l’ aprì, sfogliò alcuni documenti, poi si fermò. Una tabella colorata si intravedeva. Decine di numeri, percentuali, frazioni e decimali erano distinguibili da chi era seduto di fronte, anche se incomprensibili. L’ uomo in verde attese alcuni istanti, poi incrociò le mani:

  • Vediamo, la situazione è molto delicata, ma le notizie che cercavi sono confortanti. Quello che mi hai chiesto è fattibile.
  • In che senso è fattibile?
  • Nel senso che ora sta a te, devi procedere per vie legali, o, quanto meno, più legali di questa.

Finì di pronunciare la frase, poi svuotò il faldone e con estrema cura inserì tutti i documenti nel tagliacarte, dopo di che aprì il serbatoio, prese le strisce e le tagliò con le forbici.

  • Coriandoli? Dobbiamo festeggiare?
  • Spiritoso, devo eliminare tutto, se mi beccano mi arrestano, e lo sai. Oltre ad avere fatto una cosa estremamente illegale, questo giochino sta costando alla mia azienda un bell’ esborso di denaro.

L’ uomo si alzò, strinse la mano al suo amico e andò via.

 

 

 

 

 

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Era Febbraio. La stagione invernale aveva tardato ad arrivare e stava tardando ad abbandonare la Sardegna. Un vento fortissimo faceva sbattere la pioggia sui vetri, di dormire non c’ era possibilità. Non che con un cielo sereno e silenzioso la cosa sarebbe stata possibile. Erano esattamente tre mesi che Signor Marco non dormiva come si deve. Alcuni cicli di chemioterapia lo avevano cambiato profondamente. Il viso, gli occhi, la peluria che era caduta, il sapore in bocca, i muscoli, la sensibilità dei polpastrelli.

Quello era il giorno delle sue dimissioni. La prima, tragica fase della cura era terminata. Aveva fatto chiudere il ristorante “per ferie”, ma era stata soltanto una scusa per Giulio. Il ristorante Signor Marco aveva chiuso i battenti per sempre. In quella lunga degenza in ospedale, negli intermezzi tra un rigurgito e l’ altro, aveva cercato di capire la causa del male che lo stava uccidendo giorno dopo giorno. Quando riusciva a dormire i suoi sogni elaboravano le paure e le impressioni. Certe notti si trovava in fondo al mare, nudo. Centinaia di bagnanti in costume stavano intorno a lui e lo vedevano, il fondale marino era basso ma non per lui, in una strana dimensione che in cui stava in fondo agli abissi ma sotto gli occhi dei vacanzieri estivi. I pesci, poi, eserciti di piccoli piranha in cerca di carni fresche da divorare. La paura di essere aggredito e scarnificato, la fretta di fuggire dagli occhi di chi poteva vedere le sue nudità che si scontrava con l’ esigenza di non farsi notare dai pesci assassini. Il suo sogno era lo stesso da settimane, e si concludeva con l’ esaurimento dell’ ossigeno, come fosse un anfibio. Si svegliava a pancia in giù, con il viso premuto sul cuscino, sudato e con la federa sporca del sangue che gli usciva dalle gengive.

Sotto all’ Oncologico Renzo aveva parcheggiato al suo solito posto, e come sempre aveva trovato Marco ad attenderlo dinanzi all’ accettazione, anche se stavolta era vestito e non col pigiama. I pantaloni erano completamente vuoti, una felpa nera era abbondante e cadeva fin quasi alle ginocchia, il segno delle scapole era chiaro sulla schiena, e un cappello nascondeva la calvizie. Le mani erano tornate bianche, anche se i polpastrelli erano pieni di piccole cicatrici, il nero di seppia e la sporcizia del pesce che le macchiavano, ora erano un lontano ricordo. Salì in macchina, e nel tragitto verso casa incrociarono alcuni stand abusivi di venditori di ricci di mare. Quel suo adorato frutto delle scogliere vicino al porto, prelibato oggetto del desiderio dei turisti settentrionali, oggi appariva ai suoi occhi sotto una luce diversa. Il sapore del mare, l’ odore dei pesci e il freddo del mercato si erano trasformati. I piranha cannibali, i bagnanti indiscreti, la paura di muoversi, la malattia: Marco scoprì di odiare il pesce.

Renzo procedette calmo e senza dire una parola, con un falso sorriso commemorativo. In realtà la mezza figura che aveva prelevato dall’ospedale non era più l’ uomo combattivo e irascibile che aveva conosciuto, in realtà la vita aveva consumato la persona che aveva avuto più vicino al mondo, in realtà la sua uscita dall’ ospedale era evidente che avesse fatto scoccare il cronometro, un sinistro e ossessionante ticchettìo che lo avrebbe portato alla morte, e stavolta non ci sarebbe stato un ospedale a proteggere dalla mestizia della malattia chi invece era sano, stavolta tutti lo avrebbero visto spegnersi giorno dopo giorno, e la semifinale era prevista di lì a due ore. Marco non poteva assistervi, troppo tempo all’aperto, troppe persone e troppi germi. Si fece lasciare a casa, rifiutò l’ offerta di Renzo e preferì salire da solo.

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6.1 -La semifinale-

Il vecchio signor Cinus portava un cappello rosso e blu a spicchi. Il blu era oramai virato sul viola. In bocca aveva un fischietto e la semifinale sembrava essere una partita da lui molto sentita. Non parlò molto, indicava i giocatori, come se sul campo apparissero, a turno, i campioni della serie A. disse solo questa frase:

  • Sant’ Efisio! Sant’ Efisio ci vuole oggi perché non ne muoiano un paio in campo! Ajò, donaddi una gannedda!- esortò così i giocatori a darsele di santa ragione.
  • Voi non siete di Mulinu.

Così i Signormarchi vennero salutati dai loro avversari, la Mulinu Becciu, prima di quella delicata partita…

—CONTINUA—

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