– Voi non siete di Mulinu.

Così i Signormarchi vennero salutati dai loro avversari, la Mulinu Becciu, prima di quella delicata partita. Si conoscevano personalmente. Il Capitano era basso e con pochi denti, un grosso anello d’ oro al dito e dei bracciali rumorosi ai polsi, abitava in via Crespellani. Il portiere, di via Aresu, era una montagna di lardo con la voce stridula e due mani gonfie come zampogne. I due difensori erano cugini e abitavano in via Masaccio, erano famosi per essere provenienti da una famosa famiglia di pescatori che a Cagliari, negli anni ottanta, dettava legge e decideva da quali pescherecci i ristoranti del centro dovevano rifornirsi. Il quinto era il più temibile, lo chiamavano Kawasaki e aveva passato l’ adolescenza a rubare cinquantini. Vent’ anni prima un tizio che abitava nel palazzo a fianco al suo, per una banale lite a un incrocio, era sceso dalla macchina e lo aveva preso a colpi di chiave inglese sul muso. Il ricordo di quell’ evento era rappresentato da una cicatrice che partiva dal cuoio capelluto, girava attorno all’ occhio destro e finiva sulla narice sinistra. Da allora Kawasaki aveva una missione ancora incompiuta: beccare il figlio di puttana che lo aveva sfregiato a vita. A Mulinu, la storia di Kawasaki che da anni andava in cerca del suo aggressore era una leggenda. La sua caccia all’ uomo aveva assunto caratteri tragicomici, perché nel quartiere, chiunque lo incontrasse riceveva sempre la stessa domanda:
– Hai visto Il Maledetto Figlio di puttana?
La faccenda suscitava ilarità anche perché a Mulinu Becciu, con le sue poche migliaia di abitanti, trovare qualcuno non era poi così difficile. Non lo trovò mai, perché costui era finito in galera con una condanna di trent’ anni per spaccio internazionale di eroina.
Giulio e gli altri guardarono la squadra avversaria, ostentando tranquillità, in realtà se la facevano sotto dalla paura. Quei tizi, da sempre erano visti come i duri del quartiere. Loro erano i pischelli.
Cinciripini arrivò come sempre dal nulla, silenzioso e sicuro di sé. Richiamò i capitani a centrocampo e poi la partita cominciò. Il pubblico, schierato interamente dalla parte della Mulinu Becciu, a ogni scontro di gioco scherniva i Signormarchi. Riccardo cercava di nascondersi tra le linee, ma ricevette alcuni scappellotti dai due cugini in difesa. Dopo dieci minuti aveva il collo bordeaux e le gambe flaccide per la paura. Giulio parò un paio di bordate di Kawasaki. A palla lontana diede involontariamente un colpo nel mento al capitano. Di calcio non se ne vide nemmeno l’ ombra.
Nel primo tempo, di cronaca calcistica ci fu ben poco da raccontare, ma poco prima dell’ intervallo, l’ attenzione di tutti fu attirata dalle urla di Maurizio, che steso a terra si teneva una gamba. I suoi compagni si avvicinarono pensando fosse una delle sue sceneggiate greche, ma fu un’impressione passeggera: Renzo si avvicinò, e tirata giù la stoffa del calzettone, notò una serie di piccoli tagli da cui pulsavano grosse gocce di sangue. La Mulinu Becciu intanto osservava la scena, i giocatori erano disposti a schiera, con un’ aria di innocenza che celava del dileggio. Dietro i quattro in linea si nascondeva Kawasaki, che dalle sue calze toglieva via delle puntine da disegno. L’ affronto di Giulio al capitano avversario era stato vendicato su Maurizio. Cinciripini fischiò l’ intervallo anzitempo, dopo avere redarguito la Mulinu Becciu, con un paio di frasi come sempre dette a bassa voce.
– Questi ci ammazzano- disse Manuel mentre con la faccia schifata osservava lo stinco del povero Maurizio.
– Io posso pure perderla, ma mi sono rotto di questa diavolo di usanza di guardarci dall’ alto verso il basso. Almeno uno di loro esce in barella, oggi. – gli occhi di Giulio erano perduti nel vuoto, sembrava che nulla lo interessasse al di fuori della terra del campo.
– Più che altro è l’ impressione, ma non fa tanto male, passatemi la maglietta che ho nella borsa. Dolor confirmat.
Renzo gli passò la maglietta bianca. Aveva una stampa di Bob Marley. Maurizio la arrotolò allo stinco, poi tirò su la calza che funzionò come garza. La maglia si macchiò un poco, poi il sangue smise di uscire. Cinciripini li richiamò in campo. Il gioco riprese ma solo per qualche secondo. Il pubblico rumoreggiò, poi tutti si alzarono in piedi e iniziarono a tifare, ma dalle urla si intuì che era un tifo stimolato da qualcosa che era da tutt’ altro che calcio:
i Signormarchi videro Maurizio a terra e il ciccione insieme ai due cugini che lo malmenavano a pedate. Riccardo fu il primo che accorse e tirò un pugno ad una schiena a caso, ma guadagnò solo una slogatura al polso. Giulio e gli altri non fecero in tempo a intervenire: fulmineo, Cinciripini aveva spinto via gli aggressori. Renzo aiutò Maurizio a rialzarsi e la rissa fu sedata. La Mulinu Becciu si riposizionò in campo, e tutti avevano il loro solito sorriso. Intanto il tempo correva e la partita era un susseguirsi di passaggi e colpi proibiti, per lo più ricevuti dalla Signormarchi. Intorno al ventesimo della ripresa una cavalcata del capitano portò la palla fino alla metà campo dei Signormarchi, correva intonando un motivetto, sulle note della canzone napoletana “quanno mammeta t’ ha fatto”:
“Costruiamo su un bel muro, via Binaghi a fanculo”.
Manuel lo guardò dall’ altro lato del campo. Giulio lo vide ma non poté far nulla. Quando il capitano era a ridosso dell’ area, Manuel era già partito in scivolata a piedi pari. L’ avversario fece una capriola, provò subito a rialzarsi per reagire, ma un ginocchio doleva troppo forte, e quando se n’ avvide emise alcuni lamenti e divenne paonazzo.
– Promittia a Sant’ Arega cudda gamba!- “Quella gamba è stata immolata in onore di Santa Greca”, aveva gridato il vecchio signor Cinus, che raramente si poteva intrasentire nel baccano di quel covo di supporters.
La Mulinu Becciu accerchiò Manuel, che rialzandosi aveva indietreggiato fino alla rete. Arrivarono un paio di calci e un destro lo colpì di striscio, poi il pubblico iniziò a ululare: Cinciripini indicava il dischetto del rigore. Il capitano uscì, alla battuta il portiere ciccione. Giulio lo guardava fisso negli occhi, poi Cinciripini fischiò e quello camminando si avvicinò alla palla, sghignazzando. Un istante prima dell’ impatto gridò “BUM!”. Una cannonata trafisse Giulio. Mancavano cinque minuti e la Signormarchi stava per essere eliminata.
Il capitano della Mulinu Becciu si mise in porta, il ciccione al centro della difesa, a distribuire palate in faccia con le sue mani enormi. Il tempo passava veloce, il pubblico era in festa e la partita sembrava ormai compromessa.
D’ un tratto un uomo dai denti neri si fece notare dall’ arbitro, che appena lo vide fischiò il time out e arrivatogli addosso lo abbracciò. La Mulinu Becciu corse verso di lui, ma il tizio dai denti neri li scansò e chiamò a sé la Signormarco.
– Voi, bastardi disonesti, levatevi di torno, non siete degni di portare il nome di Mulinu sul petto!-
Disse rivolto alla Mulinu Becciu, avvicinandosi a quelli di via Binaghi. Roberto il Petardo diede uno schiaffo affettuoso a testa, poi stette in silenzio un momento, infine disse:
– Non sono mai venuto ad assistere a una partita in tutti questi anni, e di calcio capisco poco. Ma lo devo a Marco, in onore della nostra amicizia. Se continuate a farvi vedere nervosi, in tre minuti vi ammazzano. Lo volete capire che sono solo dei palloni gonfiati? Uno che usa le puntine da disegno è solo un vigliacco. Ora, io di calcio non ne capisco una mazza, ma posso dirvi una cosa: il ciccione va steso subito.
– Petardo, hai per caso un Mike Tyson in più da prestarci? Historia magistra vitae.
– Tu si vede che sei in classe con ragazzini che potrebbero essere i tuoi nipotini. I grassi, se non lo sapete, si menano con il pollice.- disse Petardo, mimando il saluto di Fonzie.
– Con il pollice? E perché non con il migno..- Maurizio fu interrotto da una schicchera sul naso di Petardo. Quella bastò per farlo indietreggiare, e tacere.
– Renzo, vai in porta.
Renzo lo guardò con occhi supplichevoli, ma non disse nulla.
– Giulio, tu vai in attacco e stai fisso sul ciccione.
– Perché devo farlo io? Mi vuoi vedere morto?
– Sei quello che ha più forza nelle braccia. Gli dai una coltellata col pollice sull’ ombelico, poi un’ altra, finchè non crepa, quel bastardo.
– E come lo becco l’ ombelico, in mezzo a tutto quel ben di Dio?
Petardo lo guardò storto, poi indicò l’ ex portiere. La maglietta era aderente e lasciava trasparire una sorta di voragine nella parte bassa della pancia. I ragazzi ridacchiarono, dissero alcune battute e poi Cinciripini fischiò. La partita riprese. Il nuovo portiere, Renzo, diede la palla a Maurizio, che subito la prolungò su Giulio. Petardo urlò, sovrastando le cento persone che assistevano alla gara:
– La palla non datela a Giulio! Deve essere libero!
Maurizio si diede un colpo in fronte, come ad auto ammonirsi. Giulio nel frattempo aveva protetto la sfera e l’ aveva restituita a Renzo. Manuel faceva movimento dietro e Riccardo non sapeva proprio dove mettersi.
– Vai Richi!
Petardo gli ordinò così di scattare. Manuel ricevette da Renzo, con un tocco di piatto la diede a Riccardo. Nessuno vide nulla, ma Giulio aveva colpito il ciccione sei volte nel punto indicato. Poteva giurare di aver fatto centro almeno due volte. Il ciccione cadde a terra in un tonfo. Perse il respiro e iniziò a piangere. Riccardo così, libero di entrare, si era trovato davanti al portiere e aveva segnato.
Gol. GOL!
La Signormarchi aveva pareggiato. Tutta la squadra andò verso Giulio come fosse stato lui l’ autore della rete. Riccardo restò in disparte, immobile e in silenzio , finché Maurizio non lo spinse nella mischia tra gli abbracci e i batti cinque. Mancava un minuto alla fine.
Petardo restò impassibile, non tanto perché non fosse contento del risultato conseguito, quanto per il fatto che se uno sport non era praticato su un ring -anche se come in questo caso i colpi volavano copiosamente- non lo entusiasmava. Assistette ai festeggiamenti calmo e zitto, fino a quando Cinciripini non perse la pazienza e richiamò all’ ordine la Signormarchi. Petardo si attaccò alla rete, e chiamò uno per uno i suoi ragazzi. Tutti si girarono a guardarlo e lui non disse nulla, si limitò a stringere le labbra e rialzarle verso il naso, mimando l’ espressione facciale di Rocky quando tenendo tra le braccia un morente Apollo Creed, guardava in cagnesco Ivan Drago. Giulio e Renzo tornarono a scambiarsi i ruoli.
La partita riprese e la Signormarchi rubò subito palla con uno scatto di Renzo, che intercettò un passaggio diretto a Kawasaki, si fermò, si rivolse verso Giulio e scaricò palla. Giulio la prese e la tenne venti secondi, poi la passò a Maurizio, che fece tre passi avanti e la ridiede a Giulio. Giulio portò palla per due metri e poi la diede a Riccardo, che la diede di nuovo a Giulio, che si portò al limite della sua area e poi la passò a Manuel. Manuel la tenne tra i piedi, si girò verso Giulio e caricò la gamba per il passaggio, ma fu interrotto.
– Se fai un altro retropassaggio entro in campo e ti picchio a mani piene come si fa coi figli cattivi- Petardo con un calcio aveva aperto la porticina del campo e stava per entrare. Cinciripini, sorridendogli, lo fermò con un cenno.
– Ma Roberto, hanno in porta uno infortunato, potremmo andare ai rigori! – Azzardò Renzo, stremato dalla fatica e dalla paura di ricevere qualche gannedda.
Roberto si fece frenetico, con gesti veloci e occhi spalancati si toccò ovunque, frugò nelle le tasche e infine trovò qualcosa. Estrasse un mazzo di chiavi e lo lanciò a Renzo. Lo beccò nella coscia, i due guantoni di plastica che facevano da portachiavi si ruppero. Gli ordinò di riportarglielo.
– Mi dispiace, Roberto, è colpa mia se il portachiavi si è rotto…
– Forza, muoviti e torna in posizione, e se non stai attento ho il portafoglio pieno di monete, ti arriva dritto dritto in fronte.
Intanto, per evitare di regalarla agli avversari, Manuel aveva dato palla a Giulio, che al limite dell’ area assisteva alla scenetta di Roberto il Petardo. Quando Renzo fu al suo posto, infine disse:
– Volete passare il turno ai rigori, amministrando un pareggio di merda con questi passaggi da squadretta, o volete zittire questi schifosi che vi accusano di non essere dei veri mulinesi? Volete rendere onore al torneo più importante della città addormentandovi fino ai rigori, oppure volete provarci, e provarci in ogni caso? Attaccate ragazzi, AT TAC CA TE! Spaccatevi la testa pur di fare almeno un solo graffio all’ avversario. E se invece di farlo, il gol lo prenderete, almeno potrete vantarvi di avere affrontato l’ avversario con cattiveria. Marco vuole questo.
Cinciripini lasciò parlare Roberto, osservandolo concentrato, come si osserva qualcuno che parla con la stessa bocca con cui ha mangiato la terra e masticato il quartiere, vivendone l’ essenza e apprezzandone le consuetudini. Lo ascoltava con ammirazione, e chi conosceva lo storico arbitro del Torneo di Is Mirrionis, sapeva che quegli occhi pieni d’ orgoglio e commozione erano espressione di profonda comprensione. Annunciò tre minuti di recupero.
I ragazzi non fiatarono. Giulio scattò palla al piede lasciando la porta sguarnita, saltò il ciccione dall’ ombelico a cratere, fece una finta a uno dei due cugini e resistette a un pugno nella schiena di Kawasaki, che aveva la cicatrice sul volto completamente arrossata. Arrivò al cospetto del capitano, tirò un calcio rasoterra di punta, da vero calcettista, diretto all’ angolo destro. Il capitano fece due passi, senza tuffarsi raccolse la palla coi piedi e la lanciò subito allo stesso Kawasaki, gridando:
– Questo è l’ Is Mirrionis, i colpetti da palazzetto dello sport con noi non funzionano, tornatene in via Binaghi!
Kawasaki ricevette palla, stoppò, alzò la testa, prese la mira e fece per armare la gamba per un pallonetto a porta vuota.
SBAM!
Cadde a terra come un sacco di patate. Un destro sull’ orecchio. Giulio era tornato sui suoi passi, aveva raggiunto Kawasaki e lo aveva colpito, camuffando la violenta azione mediante la frapposizione tra l’ avversario e il pallone. Riprese la corsa con la palla al piede, la voce tremò per la fatica, ma la frase fu chiara:
– Oh su cunn’ e mamma dua.- Un poco elegante rimando alla madre del capitano/portiere, poi tirò una bomba sotto l’ incrocio. Due a uno.
Cinciripini restò immobile, guardò l’ orologio, sospirò alcune volte, infine, solenne pose fine alla partita.
Nel marasma generale il vecchietto opinionista perse il cappello. Continuava a dire “cess!”, per esprimere lo stupore. Le tribune scricchiolavano e vibravano, il pubblico, come mai era successo in questa edizione, era soddisfatto.
I Signormarchi si accasciarono a terra, commossi, Roberto abbracciò Giulio che era saltato a cavalluccio su di lui.
Il vecchietto intanto era entrato in campo con una cassa di birre gelate, le aveva prese dal solito, piccolo frigorifero poggiato sopra al vecchio speaker. Stappava le bottiglie con un accendisigari, lanciava il tappo addosso alla Mulinu Becciu e dava la birra alla Signormarchi. Era calcio e tutt’ altro che calcio, non c’ erano tifosi schierati, non c’ era campanilismo. Il calcio che veniva praticato all’ Is Mirrionis faceva innamorare gli spettatori quando a dare spettacolo era la semplice espressione dell’ agonismo e della passione.
– Prosit!- Fece Maurizio quando impugnò la sua. Il vecchietto lo guardò sorridente e gli disse:
– Figlio mio, io non lo capisco il tedesco, ma chi sei, il figlio di Klinsmann?
– Mi scusi, signore, ma io parlo latino, non tedesco.
– Eh, ma non esistono mica dei giocatori latini. Da chi lo hai imparato? Ah no, aspetta. Da Vincenzo D’ amico? Ha giocato nella Lazio ed era di Latina!
Tutta la squadra si radunò attorno al vecchio. Un tizio entrò in campo e gli restituì il cappello rosso viola, completamente sporco di fango. Il vecchietto lo indossò e continuò a chiacchierare con i Signormarchi. L’ altra semifinale era in programma di lì a un’ ora, dovevano andare via. La finalissima, invece, era in fissata per il giorno dopo.

 

—CONTINUA—

 
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