Una fila di macchine intasava il semaforo di Piazza San Michele. Alla destra dell’ incrocio c’ era la chiesa con la madonna gialla in cima, che guardava sulla piazza dove la mattina si posizionavano i mercatini, a sinistra un complesso di case grigie e apparentemente disabitate. Oltre i palazzi che chiudevano la visuale c’ era la laguna dove, sepolta da sabbia, detriti e cemento, giacevano le rovine di Santa Igia, il primo insediamento della città di Cagliari, distrutto dai Pisani qualche secolo prima.
Il frastuono di clacson e manate sulle portiere era assordante, il pubblico che defluiva dal campetto dell’Is Mirrionis festeggiava come se il Cagliari avesse vinto un nuovo scudetto. La partita era piaciuta e le botte, i capovolgimenti di fronte, i litigi, le apparizioni e infine i gol, davano alla gente di quelle vie una linfa festaiola che solo le più antiche e sentite feste di quartiere riuscivano a dare.
In una delle tante macchine in coda, i Signormarchi sedevano stretti come sardine. Puzza di sudore e birra. Schiamazzi, rutti e qualche coro, che Manuel placava a suon di scappellotti. La piccola utilitaria di Renzo girò per prendere la via esterna che li avrebbe portati velocemente a Mulinu Becciu. Superò via Binaghi, fece due curve e poi si addentrò tra le palazzine di Via Crespellani. La finestra di casa di Signor Marco era aperta, nonostante una brezza fredda e umida. Una luce flebile si intravedeva dalla strada, e per chi guardava da giù, l‘ impressione era che quella più che una stanza fosse un reparto di Terapia Intensiva.
Le scale erano tappezzate di linoleum grigio, l’ ascensore era fuori uso. Non c’ era rimbombo nei passi dei cinque giocatori, che tutti sporchi di terra e di sudore, salivano indecisi verso la casa del loro padre spirituale. Tutti temevano quello che avrebbero potuto vedere, ma nessuno aveva avuto l’ ardire di protestare con Renzo. Arrivati davanti alla porta, una cosa smorzò la tensione, seppur per un solo attimo: il nome sul campanello era “Signor Marco”.
– Ma non è che “Signor” sia il cognome di Marco?- Chiese Riccardo, che approfittò dell’ indecisione generale per sedersi su un gradino.
– No, Signor Marco è una sorta di soprannome. Lo inventò suo padre, quando a vent’ anni aprì il ristorante. La sua fidanzata era rimasta incinta di Marco, e lui volle chiamare il ristorante in suo onore, aggiungendo un tocco d’ ironia, definendolo “Signore”.
– Io credevo che il ristorante lo avesse fondato Signor Marco, non che lo avesse ereditato.- Disse Giulio.
– Infatti in un certo senso è così. Il padre di Marco, poco prima di morire, dovette vendere l’ attività, per problemi economici, credo. Marco, fin da adolescente, aveva sempre avuto il pallino di ricomprare il ristorante di suo padre, e così ha fatto. Ha lavorato nei pomeriggi quando andava a scuola, le estati, eccetera. Finchè non è riuscito a ricomprarselo. Credo abbia finito di pagare il mutuo pochi anni fa e tu, Giulio, eri già suo dipendente.
– Non me lo aveva mai detto.
– Nemmeno a me, lo raccontò a mia madre, non sapeva che io fossi in casa e riuscivo a sentire tutto. Ha sempre avuto timore di parlare del suo passato, specie della sua famiglia.
Restarono per un minuto a contemplare quel racconto. Ognuno di loro aveva sempre avuto tutto, ogni cosa che possedevano era stata un dono di chi aveva lavorato per loro. La solitudine, l’ orfanità, il timore che qualcosa non funzioni, la paura di decidere, erano temi che non avevano mai analizzato, come del resto la vulnerabilità di un uomo forte, che teme di rivangare il proprio passato, se non con la propria donna. Marco era un po’ di qua e un po’ di là. Marco era il punto di rottura di questi ragazzi.
Renzo non suonò, prese delle chiavi e aprì.
– Marco! Siamo noi!
Un rumore, simile al ruggito di un leone dormiente, si sentì dalla stanza illuminata. Il tono del verso sembrava quello di chi vuole dire “non rompete”, ma in fondo è felice che qualcuno voglia rompere. Lo trovarono sul letto, in mutande, le coperte a terra e la finestra aperta. Un freddo boia. Tutti e cinque, con le magliette bagnate di sudore, avvertirono un brivido di freddo, ma furono felici che la temperatura fosse bassa e li inducesse a storcere naso e bocca, aiutava a mascherare le loro espressioni desolate. Magrissimo, coi bicipiti smunti e delle vene varicose nei polsi. Cicatrici circolari nel collo e nelle braccia, pochi e fini capelli, il viso lucido e gli occhi gialli.
– Ciao, cagasotto. Ma chi avete sfidato? State peggio di me.- esclamò.
– Mater dei, Signor Marco, siamo messi così male?
– Tu sei brutto sempre, Cicerone.- Risero tutti.
– Scusa Marco, è colpa mia se siamo messi male, dovevo portarli prima a casa a cambiarsi.
Marco schioccò le labbra in segno di bonaria disapprovazione e si mise a sedere poggiandosi alla testata del letto. Cercò qualcosa sul comodino, ma il bicchiere con l’ acqua era rotto a terra, vittima di uno dei suoi tormentati pisolini. Renzo andò in cucina e portò una brocca e un bicchiere con una lunga cannuccia.
– Come sta, Signor Marco?- chiese Riccardo, che alto com’ era restava indietro.
– Ma dai, benino, sono in ferie e mi sto rilassando… Come cazzo vuoi che stia? Non mi vedi? Sembro un’ enorme tetta ciucciata dal figlio di Satanasso.
Renzo ebbe il coraggio di ridere, poi fu seguito dagli altri, compreso Marco, che dopo aver bevuto iniziò a parlare del torneo. Sapeva ogni cosa. Sapeva del fallaccio di Manuel in semifinale e di quando aveva rischiato di essere linciato dalla San Tropez. Sapeva del cazzotto tra capo e collo al matto Kiraly, sapeva della batosta rifilata a quelli del discount e della sconfitta contro la Buoncammino. Sapeva persino della cotta di Maurizio per la moglie di Cinciripini.
– Quest’ anno mi promuovono. Veni, vidi, vici.- Un’ altra risata collettiva.
– Comunque, Maurizio, questa è veramente colpa mia, non ce l’ ho fatta a tenerla per me.- Disse Renzo. Maurizio gli si fece incontro, gli diede una spinta e lo sbatté contro l’ armadio. Risero.
Scambiarono qualche battuta. nessuno si azzardò a chiedere nulla riguardo le condizioni di salute di Marco, nessuno si azzardò a pronunciare una frase che non contenesse doppi sensi sessuali o riferimenti calcistici. Ogni cosa, ogni parola, ogni sillaba era una goccia della coltre di finzione posata sopra quella stanza. In realtà era il silenzio che primeggiava, alla vista di quella persona martoriata, quel corpo che pareva una clessidra, la cui sabbia era rappresentata dalle carni che in pochi mesi si erano ritratte e di lì a poco sarebbero dissolte, tagliando di netto il filo del tempo. L’ autoironia che altro non era che rassegnazione, la rassegnazione alla quale ci si appiglia, consci del fatto che accettare, in fondo, sia l’ unico modo per vivere a pieno i pochi giorni rimasti. Alla fine dei conti la forza di Marco era quella: prendere a due mani ogni soffio di vita.
La visita finì dopo circa un’ ora. Si salutarono, e quando la squadra era fuori dal cortile della palazzina di Marco, nessuno osò guardare in faccia un compagno. Il torneo era finito lì, probabilmente.

—CONTINUA—

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