L’ Is Mirrionis chiamò un Time out, il tempo era quasi scaduto. La Signormarchi si radunò attorno a Marco e lo stettero ad ascoltare.

  • Non ho nulla da dirvi, la partita è vinta.
  • Ma come vinta? Arrogantis!-
  • Coglionibus, tu dai retta a me e taci. E ora tornate in campo. Giulio: piazzati in porta e non ti muovere.

L’ Is Mirrionis batté il calcio d’ inizio. Il padre di Franco tirò una sassata che Giulio respinse, ma la palla arrivò tra i piedi del gemello destro, che tirò, la palla superò Giulio ma si stampò sulla traversa, si impennò di qualche metro, il padre di William allargò i gomiti e atterrò Giulio, saltò ma mancò di poco la sfera. Renzo giunse sul rimbalzo, in qualche modo evitò l’ intervento del gemello sinistro e di ‘Fisio, la passò a Maurizio, che alzò la testa e vide Riccardo che letteralmente imbastiva un match con un gemello. Il vecchio opinionista allo speaker s’ azzittì un momento, il microfono passò tra le mani di Signor Marco, che accese un piccolo walkman portatile e una canzone di Nino d’ Angelo irruppe nel marasma generale. Manuel urlò una bestemmia, scattò verso Riccardo, diede un pugno al gemello contro cui boxava, poi raggiunse Maurizio, gli sradicò la palla dai piedi, corse diritto verso la porta, vide con la coda dell’ occhio ‘Fisio e lo atterrò con una manata di taglio sul collo, fece un ultimo scatto e superò la palla per poter andare a sbattere sul portiere William, che cadde a terra. La palla scivolò oltre la linea. Cinciripini assegnò il gol. Poi decretò la fine.

La Signormarchi era campione del torneo  Is Mirrionis.

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La tribuna scoscesa  si svuotò, la gente si accalcò sulla rete e tutti si complimentavano tra loro. Il torneo era terminato e nessuno era rimasto insoddisfatto. Il vecchio opinionista era stato trascinato via dal suo posto e portato al bar. Due minuti dopo il gol di Manuel era già sbronzo di acqua vite. Marco era entrato in campo e aveva trovato le forze per fare quattro salti coi suoi ragazzi. Giulio non ebbe il coraggio di avvicinarglisi. Corsero da una parte all’ altra. Manuel beveva la sua terza birra e nel mentre cantava una canzone. La sua voce era intonata e potente.

  • Potevi avere un futuro a Sanremo, se non fossi stato malato di mente.- Disse Renzo.
  • Goditi le mie note, questa è la prima e l’ ultima volta che le sentirai.

Tutti sembravano aver guadagnato qualcosa da quella finale. Tutti avevano un motivo per festeggiare, la Cagliari popolare aveva davanti una serata di bagordi e stornelli nei bar più luridi di Is Mirrionis, il loro torneo era concluso e la squadra più improbabile e noiosa era diventata la più divertente e aveva vinto: si festeggiava il trionfo di tutti, la vittoria dell’ inaspettato e della riscossa, si festeggiava come si festeggia la fine di una giornata di lavoro andata bene, un buon incasso al banco del mercato, che garantisce alla famiglia il sostentamento per qualche giorno.

Cinciripini, che sembrava essersi dileguato, riapparve con la mitica coppa in mano. Pochi minuti prima, mentre tutti gioivano, ‘Fisio e William, mestamente, come campioni in carica gliela avevano riconsegnata dopo un anno di fiera detenzione sopra la credenza di casa. Lo avevano chiamato in disparte, per evitare l’ umiliazione pubblica dell’ abdicazione.

Il campo della chiesetta sconsacrata si fece silente, ognuno osservava solenne i gesti del grande arbitro, mentre dalla tasca estraeva una bustina trasparente con dentro delle etichette bianche di cartoleria. Mise degli occhiali da presbite, scrisse qualcosa che tutti immaginarono fosse “Signormarchi”, poi cercò un punto dove poterla attaccare. Finì l’ operazione, pian piano un brusio si alzò dalla folla, e quando Cinciripini iniziò a dirigersi verso i premiati, una serie di urli e applausi si innalzarono, per poi divenire boato e apoteosi quando la coppa non fu consegnata al capitano, che di fatto nella Signormarchi non esisteva, ma a Signor Marco in persona. La premiazione si concluse con Marco che, immobile nel punto dove Cinciripini gli aveva consegnato l’ agognato trofeo, muto e immobile restava a contemplarla, mentre tutti guadagnavano le uscite e improvvisavano una spontanea processione, tutt’altro che religiosa.

Non successe nulla per mezzora. I ragazzi restarono a vegliare su quell’ insolito Marco sornione, sorseggiando birra ghiacciata e attaccandosi quattro contro uno, picchiando un Signormarco a turno. Le luci furono spente e il baccano scemò.

Quando i rumori della vicina strada iniziarono a sentirsi chiari e forti perché la folla era ormai dispersa, un fruscio di passi si sentì da dietro gli alberi. Dal buio cinque sagome si materializzarono davanti ai Signormarchi. Si avvicinarono rapidamente e prima che i loro visi fossero riconoscibili, le lame che avevano tra le mani luccicarono. Kiraly, Kawasaki, il Capitano della Mulinu Becciu, ‘Fisio e William li guardavano fissi negli occhi.

  • Ragazzi, il torneo è finito, cosa volete fare?- Chiese Marco, che nel frattempo li aveva raggiunti, con in mano la coppa col suo nome scritto a penna, la brandiva come un’ arma.
  • Qui nessuno si permette di vincere senza che qualcuno finisca all’ ospedale.

Kiraly era il più inquietante, nella mano destra aveva un serramanico di quindici centimetri, nella sinistra un sasso che faceva fatica a tenere, tanto era grande. Caricò e lo lanciò verso il viso di Maurizio. Lo mancò per un pelo. Fulminea partì la carica dei suoi compari. Fortunatamente usarono i pugni e non i coltelli. I Signormarchi cercavano di ripararsi come potevano, non potendo reagire. Marco fu risparmiato, e come provava ad intervenire veniva facilmente scansato. Urlare non serviva. D’ un tratto il suo volto, nel buio, tornò ad assumere il suo aspetto vitreo e malato: aveva capito l’ obiettivo. William impugnò il coltello, si diresse verso Renzo e mise la mano armata dietro la schiena. Quando gli fu dinanzi gli prese un braccio e fu pronto a fendere, mentre Kawasaki e ‘Fisio lo tenevano fermo.

  • Cos’ hai detto prima? Era a cena da te la giraffa scorreggiona? Adesso vediamo chi è che ride…

Il suo braccio caricò all’indietro, la lama larga e appuntita era più lunga del manico in osso. fece un passo verso Renzo e guardò l’ addome. Il braccio scattò, Renzo era spacciato.

D’ improvviso una sagoma apparì, muovendosi rapida e decisa. Marco capì subito di chi si trattava, restò impotente dinanzi a quella sorta di Oscuro Salvatore. Con una serie di pugni mise a terra Kawasaki e Kiraly, che poteva avere la meglio solo con i poveri malcapitati che non conoscevano le arti della strada. La sagoma sferrò un altro pugno al volto di uno dei cinque, ma fu l’ ultimo. Il capitano della Mulinu Becciu si portò alle sue spalle e lo colpì con tre coltellate alla schiena. La vittima sospirò forte, perse l’ equilibrio e finì a terra. La sua ferocia si placò come un pallone che si sgonfia. Ci fu un momento di smarrimento, come una sorta di tregua che tutti rispettarono. Le due squadre contendenti si trasformarono per un attimo in un gruppo di sconosciuti trovatisi lì per caso, ma solo per pochi secondi.

Quando tutti capirono chi era la figura che era intervenuta come il Salvatore, i cinque aggressori fuggirono.

Cinciripini si accasciò a terra, stranamente i suoi occhi restarono vigili. La sua espressione risoluta restò impressa come un calco sul suo viso, anche mentre le forze, com’ era evidente, lo stavano abbandonando. Le nubi di vapore acqueo che uscivano dalla sua bocca si fecero sempre meno intense, finché non scomparirono. Giulio e gli altri restarono paralizzati, Marco si buttò su di lui, gridando il suo nome:

  • Luciano! Luciano!

Non poteva sentirlo. Luciano Anedda, noto a tutti come il mitico arbitro Cinciripini, era morto per difendere i vincitori del torneo. Nessuno chiamò la polizia. I ragazzi tornarono a guardare altrove e mai sugli occhi di un compagno, proprio come la sera prima, all’ uscita di casa di Signor Marco. Erano tutti preparati alla morte, come se sapessero che qualcuno, in un modo o nell’altro , ci avrebbe rimesso la vita. Presero Cinciripini dolcemente, da una borsa spuntò una maglietta pulita che sostituì la sua piena di sangue. Gli chiusero gli occhi e lo misero a sedere in panchina, con la schiena poggiata sulla rete arrugginita del suo campo. Quella recinzione dove per anni e anni si rinchiudeva per evadere dalla sua condanna all’ergastolo. Quel campo dove lui era sempre il protagonista principale e il giudice supremo. Un giudice diverso da quelli che tanto odiava.

Lo guardarono, poi guardarono Marco. Nessuno disse niente.

 

 

Dieci giorni dopo, all’ ospedale Oncologico, signor Marco giaceva stordito in una barella. Una cuffietta bianca in testa, nudo sotto una pungente coperta bianca. Il viso girato verso l’ altra barella, dove Giulio, morto di paura, lo guardava con gli occhi di un coniglio quando era sotto i fari abbaglianti di un’automobile.

  • Ci hai ripensato?
  • No, e tu? Marco, se ci hai ripensato e preferisci crepare per evitarmi questa tortura, sappi che hai tutta la mia approvazione, e accetto.

Un infermiere diede una forte pacca sul culo a Giulio, lo guardò con severità, poi trasportò lui e la sua barella oltre la porta. Mentre Giulio e Marco continuavano a fissarsi come due innamorati, a tre chilometri di distanza, a Is Mirionis, un tizio sopra una ruspa calpestava e devastava il campo della vecchia chiesetta sconsacrata. Con l’ enorme pala scavava profondi buchi e divelleva le reti e le basi in cemento. Un altro tizio, con una sega circolare, tagliava i pali delle porte. Quando ebbero finito, accumularono tutto a centrocampo. Dei vecchi cartelloni pubblicitari furono aggiunti alla catasta. Versarono della benzina, poi con un mozzicone di sigaretta appiccarono il fuoco.

Un terzo tizio, più vecchio e con un cappello rosso-blu/viola, impugnava una bomboletta di vernice spray. Si posizionò davanti alla facciata principale della chiesa e scrisse una data a caratteri cubitali. La data era quella della morte di Cinciripini e dell’ ultima partita della storia del torneo, nonché della trionfale vittoria della Signormarchi. Sotto poi, in un corsivo impreciso e dal rozzo stile, signor Cinus tracciò una sola parola:

FINE

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