Mio padre. A sedici anni rubava la frutta dai campi alla periferia della città. A diciotto era il capo di una piccola brigata. Armati di scacciacani fermavano i furgoni postali e li ripulivano. All’ inizio degli anni ottanta aveva vent’anni e campava simulando incidenti stradali per farsi risarcire dalle assicurazioni. Poi nacqui io. Vissi mezza vita tra case famiglia e affidamenti, per poi finire al collegio nazionale, da dove ogni tanto venivo portato via da qualche zio, che di me non sapeva nulla e nulla voleva sapere. Un paio di domeniche l’anno, escluse le festività importanti, mi venivano a prendere e mi mettevano a sedere alla loro tavola. Mi servivano dei pasti caldi e mi ricordavano che ero un ospite poco gradito chiedendo ai propri figli di sparecchiare anche per me e sgridandoli perché per questo sbuffavano.
Mia madre era morta pochi giorni dopo avermi messo al mondo, o per lo meno questo era quello che speravo, visto che nessuno mai mi disse che fine avesse fatto. Non ho nessun ricordo insieme a lei, e nessuno si era mai preso la briga di spiegarmi il motivo per cui fossi sempre stato solo.
Nel frattempo crescevo, mio padre faceva la spola tra la strada e la galera. Non credo di averlo mai incrociato in strada, o se l’ ho visto, non l’ ho riconosciuto, e lui ha finto di non riconoscere me.
Arrivai all’età adulta e me ne accorsi eccome. Sentivo gli anni che mi crescevano e avvertivo il passare del tempo. Gli obblighi delle istituzioni e quelli del parentado d’ occasione svanirono al compimento dei miei diciotto anni, nemmeno avevo finito la scuola. Non m’importava tanto ricevere un diploma, ma continuai a frequentare fino alla fine, come trasportato da una consuetudine. Affittai una stanza vicino al collegio. Il proprietario della casa era Stefano, un educatore, che mi aveva proposto l’ alloggio pochi giorni prima che compissi i diciotto anni. Avevo accettato per abitudine: cambiare quartiere da un giorno all’altro non avrebbe giovato alla mia natura remissiva. I miei coinquilini erano due studenti di qualche decennio fuori corso, e per pagare l’ affitto lavorai come netturbino. Venivo chiamato per la pulizia di piazze e strade al termine di manifestazioni, spettacoli e serate mondane fine settimanali in centro.
Tutto filò liscio e monotono fino a quando qualcuno non bussò alla mia porta, ricordo come fosse ieri. La figura di quell’uomo in jeans, camicia e maglione, faccia pulita e un apparecchio ortodontico ai denti, cambiò profondamente la mia vita e il modo che fino ad allora avevo di elaborare ciò che mi accadeva. L’ apparecchio era un particolare insopportabile su quel viso, perché evidenziava un sorriso che non avevo mai conosciuto, e che ci sarebbe stato per tanti anni a seguire. Mio padre si era presentato a casa senza preavviso, insistendo per farmi “tornare” a vivere con lui: a casa c’ era una sorpresa per me.
Non ricordavo nulla del vecchio appartamento dove avevo passato i primi giorni della mia esistenza, ma non fu un problema. Era stato ristrutturato di fresco, le mobilie erano moderne e per ogni faccenda c’ era l’ elettrodomestico dedicato.
Mio padre aveva una bella macchina e la mia sorpresa era mio fratello. Un pupo di tre anni grosso come uno di cinque. Un botolo di ciccia sorridente e stucchevole. Amava stare in grembo a chiunque, amava stare da solo e amava giocare in compagnia. I miei stessi occhi. Provai delle sensazioni spiacevoli quando avvertii la nostra somiglianza: guardarlo era come guardare una mia foto da neonato, foto che nessuno aveva mai scattato.
Mio padre lo amava perdutamente. Dedicava lui tutto l’amore di questo mondo e tutti i luccichii del suo apparecchio dentale. Non gli ho mai chiesto cosa facesse per vivere, ma all’ apparenza potevo dire che fosse il primario di una clinica o il miglior avvocato del foro cittadino. Mi mise in mano le chiavi di una Golf e una carta di credito, senza darmi limiti. Mi trattava un po’ come un coniuge, di quelli che si comprano perché vogliono essere comprati. Una volta l’anno faceva delle operazioni ai denti, e considerando che per trent’anni li aveva trascurati, la manutenzione sarebbe durata per tanto ancora.
La nascita di questo bimbo fu il suo punto di rottura, la scoperta di un nuovo punto da cui guardarla, una sorta di cercapersone, con un display che gli rammentava che aveva dell’affetto da dare e una vita di cui occuparsi. Ecco perché aveva insistito tanto perché tornassi con lui, anche se oramai mi ero fatto grande. Non discussi mai sul fatto che era stato l altro figlio, e non io a farlo rinsavire. Io non ero bastato. Avevo riavuto quello che mi era stato tolto, ma non ero così contento, senza quel pupo che aveva fatto da catalizzatore io sarei rimasto per sempre sepolto nel profondo dell’oblio.
Seppi che mio fratello era nato da una breve relazione. Più precisamente un ritorno di fiamma, tra mio padre e mia madre. Sì, la mia madre naturale, che non avevo mai visto, ma che non aveva mai interrotto i contatti con mio padre. Anche dopo la nascita del loro secondo bambino si era ben guardata dal venirmi a cercare, e d’altra parte io feci lo stesso.

Dopo un mese esatto di convivenza con la mia nuova famiglia scoprii il nostro vicino di casa. La notte sentivo i suoi rumori, dalla finestra notavo i suoi movimenti di una particolare lentezza che li rendeva eleganti e sinuosi. Era un essere incantevole. Non aprì mai la porta d’ingresso, non lo vidi mai uscire.

 

—CONTINUA—
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Racconti di un ottico solitario diRiccardo Balloi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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