Captai che il mio continuo osservare la sua intimità non lo infastidiva, sembrava non avvedersene. Dal primo momento i segnali erano chiari, ma non fu facile ammettere a me stesso che ero l’ unico che poteva vederlo, l’unico ad accorgersi della sua presenza. Una cosa insolita, magari surreale, ma io l’ accettai come accettavo ogni cosa.

Mi viene difficile descriverlo, perché la sua forma fisica era tutt’altro che umana, ma l’effetto che aveva su me, per una ovvia necessità di ricondurre il piacere estetico ad un’immagine di una testa, un busto e quattro arti, era affine all’effetto dell’amore sulle persone. Non ho mai amato, ma ho letto qualcosa qua e là. Il mio vicino di casa camminava ma sembrava volasse, era muto ma mi par di ricordare mille conversazioni. Non aveva occhi e non aveva bocca, la sua casa era buia ma io ne ricordavo gli interni, conoscevo ogni angolo. Era un’oscurità familiare, era vita, in sostanza. Il mio vicino di casa era Dio, e lo avrei capito quasi subito. Mi avrebbe mostrato la sua potenza, e solo a me.

 

Dottor Codonesu era il medico del quartiere. Aveva curato la bronchite a tutti i bambini con le ginocchia sbucciate, aveva prescritto sciroppi, fatto punture nelle chiappe, aveva litigato con i pazienti che protestavano per le interminabili file nel suo studio. Inutile dire che io lo conobbi soltanto a diciotto anni, quando accompagnai mio fratello a visita. Venivamo da settimane di andirivieni tra un ambulatori, e visite specialistiche. Quello era il giorno del verdetto.

  • Signori- esordì -il bambino vivrà una vita tranquilla. Non ha nessuna malattia di cui dobbiamo preoccuparci. Abbiamo iniziato questa serie di analisi perché in lui abbiamo sempre visto qualcosa di diverso, un senso d’adattamento fuori dal comune, una capacità di espressione che per questa età, a volte, può significare malattia. Ma voglio tranquillizzarvi: è sano come un pesce.

Mio padre scoppiò a piangere di gioia, pensai che le lacrime che scendevano dalle guance fino alla bocca potessero far arrugginire il metallo incollato ai suoi denti. Il bambino, in braccio a me, ci guardava e sorrideva, mi carezzava la barba e poggiava le labbra umide sul mio naso, aveva profumo di latte e frutti.

La notte dopo il felice verdetto del Dottor Codonesu, non dormii. Percepii la presenza di Dio in modo ancora più invasivo. Non mi servì più andare alla finestra per guardarlo, lo immaginavo nella sua abitazione, a non far nulla, a camminare, spostarsi, prendere, lasciare un oggetto. Attività perfettamente insignificanti per un uomo, ma per i miei sensi, in lui era diverso.

I giorni passarono e la mia ossessione aumentava. Qualsiasi cosa facessi, dovunque io fossi, Dio era con me. Guidavo la macchina e le immagini della mia città si contrapponevano alle immagini di Dio nella sua casa. Fu fisiologico smettere di uscire: restai impalato alla finestra ad osservarlo. Mio padre non si accorgeva di nulla, aveva occhi solo per mio fratello. Io ero un dovere, e come tale, il darmi da mangiare e donarmi beni materiali era più che sufficiente.

Decisi di agire. Una notte, mentre la mia famiglia dormiva, uscii di casa ed entrai in quella del mio vicino, Dio. La porta aveva una serratura anti sfondamento, ma io l’aprii con  la facilità con cui aprivo la porta della mia stanza. Entrai e l’oscurità mi assalì, ma non era il buio, era Dio. Era così prorompente che pochi secondi mi bastarono per capire ogni di lui aspetto e attitudine, come fosse un vecchio amico. Capii che quello sarebbe stato il Giorno Zero, come la data di nascita di mio fratello era stata per mio padre. Ogni istinto mi si palesò dinanzi, ogni frustrazione, ogni recondito senso a cui fino ad allora non avevo mai saputo dare un nome. Fu solo un secondo, mi sentii disarmato. Vidi Dio leggere dentro di me. Poi sparì per sempre. Io non ne fui deluso, quell’incontro mi chiarì cosa fosse buio, cosa fossero le sensazioni che provavo quando lo osservavo.

I giorni a seguire furono i più sereni della mia vita. Non sentii la mancanza del mio vicino di casa, la sua apparizione nella mia vita aveva avuto un senso sin dal principio, e quando Dio aveva raggiunto il suo scopo con me, era sparito ed io ero diventato uomo. Vissi i giorni, i mesi e gli anni nella stessa maniera in cui avevo vissuto infanzia e adolescenza: come una barca che naviga senza destinazione. Con un’unica differenza: dal Giorno Zero avevo capito lo scopo della mia vita. Col senno di poi, posso dire che valutando il pensiero e il modo d’agire, più che un percorso di vita, il mio sia stato un sinistro incedere.

Uno degli episodi che ricordo con più piacere è il giorno del quindicesimo compleanno di mio fratello, che coincise, peraltro, con la definitiva dismissione dell’apparecchio ortodontico di mio padre. Durante quegli anni la mia famiglia aveva vissuto serena e prosperosa. Le attività sportive, la scuola, la varicella, il circo a Natale. In occasione di quel compleanno, cambiò tutto. Trovammo nella cassetta delle lettere una busta bianca, indirizzata a lui.

Fu mio padre ad aprirla. Lo guardai leggere e se qualcuno mi avesse visto in quegli istanti, avrebbe notato il mio ghigno soddisfatto. Mi passò la lettera e mi ordinò di leggere a voce alta, con il festeggiato che ascoltava mentre in mano teneva pallone da calcio che aveva appena ricevuto in dono.

Visitai il bambino tredici anni fa. Aveva un corpo resistente e sano, i suoi sensi erano perfettamente reattivi e percettivi. Il suo fisico non si ammalerà mai, ma a partire dal quindicesimo anno d’ età, avrà a disposizione solo nove emozioni. Potrà provare amore, odio, rabbia, felicità, imbarazzo, paura, apprensione, solo nove volte. Alla decima volta morirà. È una malattia rara, ma inesorabile. Proteggetelo.”

In fondo poi, con un’ altra grafia, un appunto:

il Dottor Codonesu, mio marito, è morto pochi giorni fa, dopo avere scritto questa lettera. Vi auguro ogni bene”.

Una ruga si manifestò sul volto di mio fratello, restò indelebile. Si era giocato la prima emozione. Ne restavano ancora poche.

—CONTINUA—

(Photo candela: aforisticamente.com; photo lettera con occhiali: Giulia Langiu e Jessica Atzeni)

 

 

Licenza Creative Commons
Racconti di un ottico solitario diRiccardo Balloi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at http://www.otticosolitario.it/.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.