Il piacere, si sa, è una sensazione effimera, ed è per questo che dopo averlo visto, mi piace raccontare il modo stupido e ingenuo con cui in breve tempo si giocò le altre cartucce.

Dopo avere appreso la notizia della sua malattia, mio padre aveva attuato una strategia, così sottilmente inefficace che rapidamente divenne la causa della seconda ruga sul viso del malato.

Restò insieme a lui per dieci giorni interi. Cercarono di varare un piano per conservare la vita più a lungo possibile. Non s’inventarono nulla di meglio che riempire la casa di passatempi, ed entrambi smisero di uscire. Inizialmente la cosa sembrò funzionare. Videogiochi, cinema, letteratura e pornografia potevano essere dei buoni diversivi rispetto alla vita. Ma un giorno la vita stessa presentò il conto. Nei pensieri di mio fratello iniziò ad albergare l’ idea che i giorni vissuti fossero meglio di quelli a venire, che le persone lasciate fossero più interessanti di quelle attuali, che il mondo non era ciò che si poteva immaginare, era semplicemente ciò che si ricordava. La chiusura verso l’ esterno regalò a mio fratello il privilegio di diventare adulto a quindici anni, e di trovarne la consapevolezza nel momento in cui percepiva la più incurabile malinconia: la nostalgia. Quando i pianti, lo sconforto e l’ inappetenza finirono, tornò ad uscire, ma l’ abitudine alla bambagia dove fino ad allora aveva vissuto lo penalizzò.

Un gol al novantaduesimo della sua squadra contro la capolista fu la terza pallina finita nel foro nero della Parca che controllava il suo destino.

Perse la quarta possibilità di sopravvivere quando negli spogliatoi del campo di calcio si ritrovò dinanzi a una inserviente, che lo vide semi nudo.

Una baruffa con un amico e il furto del suo orologio dalla borsa spiegarono al mio fratellino quanto la rabbia potesse uccidere, anche se nel suo caso lo avrebbe fatto nel senso più letterale del termine.

Quando mio fratello girava la chiave nella serratura per rincasare, mio padre assumeva la sua espressione mentre contava le rughe sul viso del malato, con gli occhi terrorizzati e la bocca semi aperta. Nessun apparecchio, ora, catturava la luce, e questo spiega che la felicità non fa mai parte delle persone, ma hanno bisogno di un aggrappante per tenerla a sé. Quel metallo cromato sui denti ne era la metafora.
A diciotto anni mio fratello conobbe le donne. Mio padre, vecchio galeotto sopravvissuto alla noia, al sovrappopolamento, al nulla fare, gli insegnò a resistere alle pulsioni sessuali consigliandogli di masturbarsi ogni volta che ne aveva la possibilità. Così, nella mia città, ogni stanza vuota in un istituto scolastico, ogni bagno pubblico, ogni zona d’ombra di un parco, poteva celare mio fratello che ci dava dentro, con gli occhi languidi e il respiro corto. E il bello era che chiunque lo beccasse avrebbe potuto ucciderlo.

Un giorno, rientrato a casa con la settima ruga che sfregiava il volto,  ci raccontò che sette seghe non gli erano bastate. Non era tra le gambe il pulsante che aveva scatenato la sua eccitazione. Aveva conosciuto la sua donna. Fu una fortuna che avesse trovato l’ amore in quel modo. Il misto di calore, tristezza, felicità, pulsione carnale, affetto e soprattutto paura e preoccupazione, probabilmente aveva ingannato il suo strano contatore, che per tutto questo concesse solo una ruga. Da come reagì mio padre nel vederlo, capii e fui turbato di sapere che avevamo una cosa in comune: nemmeno lui aveva mai amato.

Nei giorni a seguire, constatammo che mio fratello, in quei pochi anni di malattia, aveva imparato a gestire quel che le proprie esperienze provocavano in lui. Aveva approntato una sorta di modulatore d’osmosi, le sensazioni quotidiane non sfociavano in emozioni, quasi mai. Visse la sua relazione in maniera mite, oramai il suo carattere era forgiato sul suo istinto di accettazione pacifica degli eventi. Questo almeno fino al primo rapporto sessuale. Fu incapace di modulare il suo istinto e le sue pulsioni, quando la sua donna fu pronta ad amarlo.

Così arrivò a otto.

Il giorno che decise di abbandonare la casa in cui era cresciuto, io ero poggiato al davanzale della finestra, la stessa da cui osservavo il mio Dio, anni prima. Mio padre lo ascoltò senza fiatare, e capii che la vita che aveva condotto fino ad allora era solo una fase di transizione. Appena mio fratello terminò di traslocare, il vecchio galeotto riprese la sua vita. Cominciò a non farsi vedere in casa per giorni, perse l’ aspetto pulito da padre con la giacca sgualcita per acquisire il portamento dell’ uomo di strada, con la macchina perennemente sporca di cenere e le camicie sbottonate fino allo stomaco. La mia carta di credito smise di funzionare dopo poche settimane. Ci avevo visto giusto: non ero abbastanza per lui, non ero abbastanza per nessuno.

Iniziai a frequentare i mercatini, dove mi posizionavo per vendere gli elettrodomestici di casa e racimolare qualche soldo per vivere. Fu lì che incontrai mio fratello. Era alto quanto me, un viso rotondo, dai lineamenti dolci, gli occhi verdi, un poco di barba, i capelli arruffati e due spalle da fare invidia a uno spartano. In faccia aveva nove rughe. Quando vedevo una donna dal petto rigonfio, gli occhi si posavano su quel particolare, e solo dopo alcuni secondi guardavo oltre. Con mio fratello l’ abitudine mi aveva portato a contare le cicatrici, poi a guardarlo nella sua interezza. A fianco a lui, sua moglie incinta: la causa della sua nona ed ultima emozione disponibile prima della morte.

Decisi di stargli accanto. Ero curioso di vedere come viveva, quando le possibilità si riducono ad una e una sola, quando nulla e nessuno è in grado di aiutarti. Volevo vedere come si comportava ora che finalmente, anche se in ritardo rispetto a me, era stato costretto a vivere con il solo aiuto di se stesso.

Mi toccò molto e fu come uno schiaffo scoprire che anche lui, oltre a mio padre, aveva una cosa in comune con me. In questa sua estrema condizione era abilissimo ad alternare il lassismo con l’intraprendenza. Così affrontò gli otto mesi della gravidanza di sua moglie. Non ci fu malattia, distaccamento della placenta, corsa dal ginecologo che potesse turbarlo.

Da quando lo avevo tenuto in braccio quel giorno in cui ero rientrato nella mia casa natale, non ricordo di avergli mai rivolto la parola per primo, quindi pochi giorni prima che scadessero i nove mesi, percepii dello stupore nei suoi occhi quando gli chiesi:

  • Come farai a non far tuoi i suoi problemi, come farai a non far tue le sue soddisfazioni, come farai a non vivere in sua funzione, come tuo padre ha fatto con te?

 

La mia vita era cambiata quando avevo scoperto l’ esistenza di Dio. Quando ne avevo capito la funzione nel mondo e mi aveva dato la prova della sua influenza. Il Dio buono e onnipotente si era preso cura di me, molti anni prima. Mi aveva dato la possibilità di capire cosa avevo nel profondo, e di risolverlo. Dio aveva ammalato mio fratello perché io glielo avevo chiesto, questo è quello che successe quella notte, quando io lo incontrai in quell’ appartamento a fianco al nostro. La sua bontà consisteva nell’ assecondare gli istinti malvagi delle persone perdute come me.

Andai a casa sua per la prima volta il giorno del parto, e l’ immagine che vidi fu indimenticabile: reggeva un coltello in mano, sua moglie era sdraiata sul letto, piangeva e delirava di dolore, circondata da un alone d’ umidità che scuriva le lenzuola. La prima volta che avevo parlato a mio fratello, era stato per metterlo in guardia dall’ empatia, ricordandogli cosa significhi voler bene davvero. Avevo giocato sporco e non me ne pentii.

  • Se lascio nascere mio figlio, io muoio e loro vivranno per sempre soli, e magari mio figlio crescerà come te. Se mi uccido ora con questo coltello, avrò la possibilità di morire senza soffrire più, e di averla vinta sulla mia malattia. Se uccido lei e il bimbo che ha in grembo ho la possibilità di morire con la consapevolezza che nessuno mai soffrirà per me. Ti prego, aiutami.

Lo guardai. Il mio momento era arrivato. Non avevo mai chiesto nulla alla vita, non avevo mai chiesto nulla a chi poteva e doveva darmi. Mai fino ad allora. Mi avvicinai a mio fratello, i suoi occhi si rabbonirono e mi guardò supplichevole. Tolsi lui il coltello dalle mani, lo guardai con attenzione mentre lentamente mi incidevo i polsi. Il sangue uscì copioso, i muscoli iniziarono ad abbandonarmi, per questo utilizzai tutte le mie forze per finire il lavoro. Non potevo affrettarmi: speravo di poter vedere il risultato del mio gesto prima di passare a miglior vita.

Non fu così.

Mi accasciai al suolo e la vita mi abbandonò quasi subito. Non seppi mai se il mio obiettivo fosse conseguito: non seppi mai se mio fratello morì dopo di me, non seppi mai se la mia morte potesse essere abbastanza per provocare la sua decima e ultima ruga. Fu inutile la mia morte, perché non seppi mai se almeno per lui, qualcosa avessi mai contato.

—FINE—
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